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sabato, 29 settembre 2007
Sachsenspiegel.

 

Sei uno specchio. E' tutto così lento, inesorabile, tracimante. Non conosciamo il furore di arrivare subito, chissà dove, chissà perché. E' solo un inestinguibile, dolcissimamente oleosa amalgama di mani e pelle e me. E te. I tuoi capelli neri a punta di inchiostro si aggrovigliano ai miei, mentre sussurri se ti voglio "mi vuoi?". Ripetilo. Ti voglio. Se vuoi me. Perché siamo così, Anna. Perché abbracciarti di nuovo è rituffarsi nel più perfetto dei ritratti. Le mie dita si infilano fin dove sei caldissima e il tuo odore mi esplode in faccia impietoso, senza possibilità di salvezza. Così ne sono sicura. Sei me.


Se avessi saputo quel lembo pelle che si incrocia sotto il tuo seno saresti stata mia da sempre, da subito o adesso. Questo ho pensato ogni volta che la mia faccia è salita verso il tuo mento proteso. Conosco le vie perlate delle tue smagliature leggere, le percorro con strade di fiato, di dita, di denti, sorrisi. Nemmeno quando le mie mani si ritrovano dal gran cercarti, smetto di averti. Piego il capo sul tuo sterno, sento il bacio che si fa largo tra me, me stessa ed il mio cranio, e la pressione invadente di dita su nuca libera da ogni difesa. Per te.


Mi scivola una tua coscia tra le mie. Lo stupore della fluidità di questo lucore insieme al lucore. Così non eravamo mai state, avevo detto la prima volta. Tu avevi riso talmente bene che non ricordo altro di sciocco se non le mie parole sorprese. Ogni volta mi accoglievi alla porta con quel gatto poderoso, che carezzavi solo con la punta delle dita. Io mi concentravo a lungo sui percorsi delle unghie rosate nel pelo, sul movimento del polso sempre coperto da braccialetti d'argento, la coda che pian piano arrivava e le dita che tornavano su. Ti riavviavi i capelli, col palmo. Le dita, per lui. Parlavi. Io, no.


"Mi vuoi?". Ripetilo. Ti voglio. Anche se non vuoi me. Perché io ti vorrei comunque, Anna. Ti vorrei della forza che hanno le immense assurdità, enormi, incredibili, pazzesche ma vere. Perché non c'è nulla che ti riguardi che non abbia a che fare anche con il tuo corpo e il mio possesso di te. Se qualcosa di noi esiste è perché sto tendendo le mani, ti prendo, mi aggrappo, ti sento, ti tengo. In un momento mi spingi giù e volti gli occhi verso il buio come i miei, perché sì che ti voglio. E diventa adesso. E' perché, tutto, volevo. Io. Se qualcosa di vero è passato di qui ha ancora Anna sparsa tra il naso e la bocca.


Ad un certo punto ho desiderato avere un cazzo. Volevo entrarti dentro, Anna. Volevo insinuarmi, entrare, ficcarmi ovunque ci fosse qualcosa di te. Ho immaginato di poggiare le mani aperte sulle tue ginocchia, piegandole all'indietro e di vedere il ventaglio dei capelli sulla sommità della tua testa, e sul cuscino di fiori gialli. Avresti sbarrato gli occhi vedendomi sovrastarti in quella maniera di inconsueta presuntuosa potenza, poi so che le tue braccia bianche che tintinnano d'argento si sarebbero sciolte ai lati larghe e immobili e, quieta, avresti riunito le ciglia alle ciglia, fondente di me.


Io lo so, quando il tuo respiro diventa sonno. Ne riconosco una tonalità più remota, lontana, ritmata. Mi giro a spiarti rannicchiata sotto mille coperte, spesso con la guancia schiacciata sul dorso della mano perfetta. Intravedo il biancore dei denti, socchiudo gli occhi e incornicio piccoli particolari di te. Il naso sottile. Alcune lentiggini. La fronte vagamente corrugata. Stasera un lungo ricciolo scuro attraversava la fronte, seguendo un ellisse che ho voluto toccare. E poi toccare ancora, come per impararla. Ti sei svegliata d'un tratto e mi hai guardata, sorpresa. La mia mano ancora appesa su di te. Io non ho detto nulla. Però hai sussurrato "ti amo". Ed è questo, tutto quello che so.

Postato da: Dikaiosyne a 14:12 | link | commenti (2)

domenica, 26 agosto 2007
Une autre fois.

 

Non pensavo affatto che ti salvassi. (Buffo, poi). Mi eri capitato addosso una sera che faceva freddo proprio mentre guardavo (per altri) via. (Ti guardo senza nemmeno vedere me). Mi faceva persino un po' impressione prenderti in mano, così spelacchiato e umido. (Il tuo odore). Pancia molle e pelle sottile al di sotto della quale si intravedevano strani mondi scuri, zampette flaccide. (E neanche tu). Occhi enormi che balzavano su da quel becco spropositato e idiota. Sempre aperto. Sempre quel verso. (La tua voce). E io ad allungarti un pappone schifoso che mi avevano propinato in farmacia, mentre (ti frugo a lungo il fondo) (subito) (il fondo della gola). Ma chissà se si potrà definire "gola", quella di un minuscolo passero scemo trovato per caso. (Chi sei?).

Non sono sicura di volere che ti salvassi. (Io non volevo). Ti raccolsi nel parcheggio del supermercato solo perché c'era una bimba bionda e seria che mi fissava. (Guardami). E un essere ridicolo e stridente di fianco alla portiera già socchiusa. (Sbagliai parcheggio) (nemmeno lo sai). E io con un sorriso di plastica salutai la bambina, mentre ti avvolgevo in un kleenex (fredda pelle quella sera fredda) e posizionavo sulla pedanina. Lei se ne andò, aggrappata al polso di una donna con troppe borse di spesa che le dondolavano addosso. E io (anche) con questa nuova cosa urlante in macchina. (Sono qua). Sono partita. Via, via (Vieni) via di qua.

Io non volevo animali, non mi sono mai piaciuti del tutto. (Mai volere toccare) (mai troppo toccare). Certe mattine pensavo che questa bestiola (L'idea di te) cresceva forse solo perché io l'avevo in mente (come). Semplicemente decisi che non avrei impedito di pensarci. (Rimani in me). E nemmeno so (bene) chi sei. (Ma non ti chiamo per nome). Una volta t'ho trovato fuori da quell'inutile scatola di cartone in cui ti avevo posizionato il primo giorno. Anzi, per essere precisi: una volta io non t'ho più trovato, per almeno mezz'ora. (Mesi). A carponi per la cucina ed il salotto, fino in fondo al corridoio, per scoprire che t'eri infilato dietro la caldaia. (Sempre perché sono stata io, che). Sollievo. (Preso). C'era la finestra della sala aperta. Io non volevo. (Invece avrei dovuto) (accompagnarti).

(Nel silenzio che ho di me si sentono a volte frusciare delle ali), veloci. Piccoli salti si alternavano a brevi voli sperimentali, che finivano spesso per schiantarsi sui ogni (mio) vetro disponibile. (Dentro, dove, o chissà dove). Tonfi e risalite, come sanno fare solo certe creature cocciute quando pensano che le finestre siano tutte aperte per loro, o lo stiano per diventare solo in virtù della loro impagabile presunzione. (Non è per te, nemmeno se lo è). Pulivo le cacche sui soprammobili. Risistemavo il pensile della vetrina antica. (Ri) (ordino). Una sera tornai a casa con una gabbietta deliziosa art Déco, bianca. (E' mia) (soltanto mia).

La minuscola ciotola d'acqua era rovesciata, il cibo sparso un po' ovunque. Un guanto da forno che era sul tavolo, caduto. (Movimenti confusi) (e anche io). Segni inequivocabili, bei giretti (di parole vuote ma doppiate). (Ti cerco) dove so che potevi essere. Se tu solo avessi avuto un nome ti avrei chiamato. (Vieni). Il cielo era di un grigio chiaro, come quando da un tentativo di pioggia vira per l'abbozzo di sole. (Perché alla fine, poi, non piango) (No). Se ti avessi dato un nome, avrei saputo chi (sei). Invece ho risistemato la zanzariera che ogni tanto si apriva da sola. (E nemmeno un bel diminutivo da soffiarmi dentro).

Per un momento ho pensato che non dovresti mai (mai) lasciarmi (andare) (a quel modo). Subito dopo pensai che, eh. (Meglio) (meglio così).



Viens à moi.

Postato da: Dikaiosyne a 18:10 | link | commenti (1)

lunedì, 23 luglio 2007
8.

La Frida è incinta. Porcaputtana.”

 

E fece tuonare la cuccia di legno con un calcio. Ogni pastore tedesco sa quando è il momento per infilare la testa tra le zampe e guardare dal basso strisciando la coda in dentro. E la Frida lo sapeva sempre. E quello era il momento. Si nascose nell’angolo più lontano del box, tutta a terra, col respiro che dall’umido nero del naso batteva sul cemento in un piccolo pianto. Sembrava pianto.

 

Però io pensavo che era ogni volta così bello. Aspettavo fino a quando si faceva enorme e stanca e si faceva grattare sotto al collare con gli occhi semichiusi. Poi si capiva che era quasi ora quando iniziava ad essere nervosa e a bofonchiare e a girare tutto intorno al box. A volte mi aveva cercata, la Frida. Aveva appoggiato il grande muso nella conca della mia mano e mi aveva guardato con occhi pieni. E io ero stata lì, accovacciata di fianco ai suoi stracci, a guardare quei cosi neri che uscivano muti uno ad uno ancora inglobati ognuno nel suo sacchetto di consegna. La lingua rosa portava via ogni residuo e li solleticava fino al primo respiro. Che schifo, Frida, mi veniva da pensare. Se non hai ancora nove anni pensi che sì, fa schifo subito, ma sai che poi apriranno gli occhi, inizieranno a stare sulle zampe e prima di camminare saltelleranno come giocattoli e ci sarà anche il giorno in cui qualcuno tenterà di abbaiare. E io l’avrei visto per prima, come tutte le volte.

 

Beh, sì. La Frida era scappata, una volta. Era successo due mesi prima, la sera che io e mia sorella avevamo chiesto di portarla al parco al guinzaglio. Per dirla tutta era lei che ci portava al parco, dietro casa. Avevamo anche un repertorio strutturato di giochi, da fare. Il bastone, la palla, la corda. Quello che preferivamo era giocare a nascondino. Mio padre la teneva e io e mia sorella ci nascondevamo. Lui, appena eravamo pronte, la scioglieva dal guinzaglio con un imperioso:”Vai, Frida, vai!” e lei, in un minuto, ci trovava. Anzi, ci veniva letteralmente a prendere, trascinandoci per la maglia o per i pantaloncini fino a mio padre: fu così che recuperò mia sorella in un fosso pieno d’acqua, quella volta che pensò di essersi nascosta bene.

 

”Vai, Frida, vai! Trova la Monica!”. Invece niente. La Frida andò via, così, per i cazzi suoi. Io ci rimasi subito un gran male, poi pensai che sarebbe tornata subito, da cagna giudiziosa che era. Tornò, ma incinta. Non pensai subito fosse una colpa. E’ perchè quando non hai ancora compiuto nove anni non hai idea di cosa sia un cane di razza, solo che un cane è semplicemente un cane, eh. Non sai. Pensi semplicemente ai cuccioli, se saprai ancora riconoscere se sono maschi o femmine, ai nomi da dare, ad andarci in giro portandoli nel cestino della bicicletta. E’ per questo che nemmeno la Frida, forse, si preoccupò più di tanto a lungo del calcio sferrato alla cuccia, dopo che il veterinario era andato via.

 

Partorì un sabato che lui era andato a pescare. Li avevo osservati da vicinissimo uscire veloci, uno e poi l’altro. Alla fine erano otto. Stavolta erano diversi, non solo neri ma anche marroni, o bianchi, fantastiche chiazze casuali e ridicole. Rimasi tutto il pomeriggio ad accarezzare i tamponcini rosati delle zampe o guardarli succhiare con i musi affondati nel pelo e già qualche nome per loro. In qualche modo che era già quasi sera, mio padre piombò giù nel box.

“Dammeli.” Io non capivo.

“Dammeli, non gli faccio niente.” Ne tenevo due col naso bagnato ficcato sul collo, gli altri di dietro.

“No.”

“Dammi quei cani bastardi!”

 

Per otto volte vidi l’urlo dello schianto di quei piccoli crani sul marciapiede. Tenendoli per la pancia spaccò loro la testa in un colpo solo ad uno ad uno, inarrestabile, sbattendoli sull’asfalto.

Li aveva messi in fila in una orribile esecuzione domestica. Prima il nero, poi il marrone, poi il marrone e bianco, poi.

Poi fece una piccola buca vangando dietro l’albero di amarene e li ficcò dentro tutti spingendoli uno sull’altro come pupazzi. Quando la terra ebbe tutto coperto ci saltò sopra troppe volte a piedi pari. Poi, dicendo che adesso era a posto, senza nemmeno lavarsi le mani andò al bar.

 

Io piansi di un grido profondo di gola, totalizzante, che non conoscevo.

Infilai le dita nel terreno senza riuscire a grattarne via molto. Lacrime e bava bambine a colare sulle mani piene e inutili. E, ad un certo punto, sopraffatta, poggiai la fronte sulle braccia distese, sdraiata sotto le amarene che erano quasi mature.

In un attimo di silenzio, quelle pause di silenzio che tagliano il tempo, in un attimo di silenzio io, uno di quegli otto, io che di anni non ne avevo ancora nove, io, uno, l’ho sentito.

 

Un cucciolo, là sotto, si lamentava ancora.

Piangeva.

Postato da: Dikaiosyne a 16:36 | link | commenti (1)

lunedì, 09 luglio 2007
Terza Pagina.

Certo, il soprannome non lo aiutava. Pinétt, lo chiamavano. Pinétt da Bòdri. Pinetto perchè Pino era un nome troppo imponente per lui, piccolo e biondo come un ciuffo di frumento lasciato cuocere al sole per troppo tempo. Infatti c'era un modo di dire, e c'è ancora:"Fatt e mess lé". Fatto e messo lì.
Ed era stato così anche per Pinétt: sua madre l'aveva calciato via da sè una sera di luglio, appena fuori dalla stalla. Ancora grondante di vita nemmeno iniziata Pinétt era stato messo lì, vicino ad una mangiatoia per i maiali. "Fatt e mess lé" significa che avrebbe potuto essere, per così dire, "normale", ma che normale non lo sarebbe stato mai. Pino era un bambino di cinquant'anni, quell'estate. E, sì, quelli del bar lo avevano sempre chiamato così. Pinétt da Bòdri.
Bòdri perchè era di Budrio, che domande.

C'erano volte in cui lui non era più lui, se mai lo era stato.

Sul tavolo di fòrmica rossa del Bar Giuliana di Budrio c'erano spesso allineati dei bicchieri. Il giorno del compleanno di Pinétt gliene fecero trovare 50. Erano quei bicchieri piccoli, quelli da vodka o da liquorino. Alcuni li avevano portati da casa, perchè il Bar non ne vantava così tanti. Ce n'erano perfino a forma di stivale cosacco. Addirittura uno con su una donna nuda. Quello lo lasciarono per ultimo. Pinétt arrivò e fu subito trascinato sotto alla grondaia da cui pendeva la carta moschicida.
Tutti urlavano il suo nome e battevano le mani sul tavolo. Ad ogni bicchierino ingoiato erano ovazioni e applausi. Pinétt incominciò a buttar giù ogni cosa. Ed era gin, era lambrusco, era bianco secco, vodka, sorbara. Avrebbe dovuto indovinare cos'era, per smettere. Lui non indovinava mai. E allora giù a bere. E poi urlavano, e poi giù un altro. Fino all'ultimo bicchiere, che Pinétt sputacchiava le parole una sull'altra. E rise anche quando Il Napoletano prese la macchina, la sua macchinona d'argento.
Qualcuno urlò di andare e Pinétt non si accorse nemmeno che già erano in strada e si correva verso Modena.

Poteva iniziare rompendo un uovo, o una matita, qualcosa di piccolo.

La luce gialla dei lampioni colava sui ghigni e sulle mani che gli picchiavano le spalle. In un viale senza alberi si fermarono improvvisamente. Pinétt aveva un gran mal di stomaco e vedeva tutto girare. Poi Bertoun, che s'era messo davanti e aveva segnato tutta la strada da Budrio a Modena città con ampi gesti della cicca accesa sempre stretta nella mano sinistra, chiamò forte qualcuno in direzione di alcune panchine. Ed ecco che arrivarono due persone, due donne, due ragazze, due negre. Due negre. Una delle due scappò immediatamente spaventata da chissà che cosa. L'altra, che aveva lunghe treccine nere e troppi denti bianchi in un sorriso larghissimo rimase ad ascoltare Bertoun. Segnarono Pinétt col dito. Parlarono ancora. Tutti dissero "Ok, ok".
E poi non successe nulla, a dire la verità.
Su quella panchina l'unica cosa che Pinétt fece fu di ascoltare le parole che uscivano dalla bocca enorme di questa donna che gli stava parlando. Lei, ad un certo punto, gli si era anche seduta in braccio, prendendogli le mani e posandole su di sè. Lui le aveva lisciato la minigonna a scacchi e toccato le trecce che gli sembravano strane. E l'aveva annusata. E baciata su di una guancia, come gli avevano insegnato a fare per le Cresime, le Comunioni. E poi ancora, nel momento in cui Il Napoletano e Bertoun lo avevano chiamato da lontano con un fischio, lui le aveva stretto forte la mano dicendo "compagna", come gli avevano insegnato a fare alla Festa dell'Unità.

Una volta lo trovarono in bagno, il water e il lavandino divelti dal pavimento. E non aveva ancora finito.

"Portami a Modena dalla Compagna".
Il Napoletano rispose serafico che Juliet, e non La Compagna, come la chiamava lui, voleva soldi. Glielo disse così, senza nessunissimo giro di parole. Allora Pinétt inspirò forte nella sua polo di piquet e si strinse nelle spalle. Lo sapeva, disse, che per sposarsi occorrono soldi. E li aveva portati tutti, aveva con sè il necessario. Ma c'è da dire che quest'ultima frase Pinétt non la disse, la pensò e basta. Per la verità non fece nemmeno in tempo a pensarla per bene, perchè Il Napoletano e Bertoun erano già a darsi di gomito sulla parola "sposarsi". "Vuoi sposare Juliet? Mo va bein là, vat a fèr n'etra ciavéda, Pinétt, c'at purtom a ca' sua!" e riaccendendo l'ennesima camel erano
di nuovo sulla macchina d'argento verso la via di Modena. Stavolta si andava a casa sua! E poi Juliet è come Giulietta, pensava. Le ginocchia bianche e ossute si fregarono tra loro in
un piccolo moto d'emozione, mentre si sistemava i bermuda e il marsupio del milan, che portava quella sera.

"Devo farlo, mamma! DEVO FARLO!!! Perdonami, ma devo farlo!!!" Lo fermarono appena in tempo.

Alla fine ci tornò tante volte da solo, a casa di Juliet. La strada era semplicissima da imparare. Bastava seguire la via che porta all'autostrada di Modena, poi, dopo Carpi, costeggiarla dove finisce l'asfalto fino a quando non si incontra un vecchio distributore in disuso. Ancora più avanti della fabbrica di cavi elettrici, là dove sembra che non si dovesse più andare da nessuna parte c'era una casa colonica cadente. Il fienile era proprio del tutto diroccato e Pinétt aveva anche la sua bella
paura a passarci di dietro. Parcheggiava il motorino in una nuvola di polvere nell'aia ed entrava solo dopo aver bussato, ma il più delle volte era aperto e la tenda dipinta con palme dorate dondolava piano davanti a lui. Non è che si parlasse molto, dentro. A lui piaceva il suono gutturale di parole insensate e tuffava il naso dentro il collo di lei. Odorava di tutto, di odori mai sentiti, di aspro e di bello. Un pomeriggio che forse aveva annusato troppo gli fece voglia di leccare.
Un pomeriggio che forse aveva annusato troppo, a Pinétt venne voglia di mordere. Giulietta aveva sorriso tanto da illuminargli la faccia, poi l'aveva allontanato un po'. Pinétt morse ancora, e forte. Quando lei vide il suo stesso sangue urlò talmente forte da strappargli via l'anima buona e allora.

Fece come faceva sempre quando lui non era più lui. Iniziò dapprima a spaccare un piccolo vaso colorato che era sul comò laccato. Poi lo specchio. Poi il lampadario di gocce di vetro .Poi l'armadio, coi cassetti, le ante e tutto il resto. Poi staccò il piccolo televisore in bianco e nero e lo fracassò sulle treccine di Juliet. Lei non disse una sola parola.
Lui disse semplicemente "Devo farlo, Giulietta! DEVO FARLO!!! Perdonami, ma devo farlo!!!".





Pinétt tornò a casa che era solo molto sudato. Nessuno gli chiese nulla, perchè nessuno nemmeno seppe prima di parecchi giorni di quella catapecchia che andava a fuoco
nelle campagne di Modena. E quando si seppe la storia non meritò che un trafiletto in terza pagina della Gazzetta, con su poche righe che parlavano di niente.

Postato da: Dikaiosyne a 15:32 | link | commenti (3)

martedì, 22 maggio 2007
Vederti Volare.

 
Non immaginavo che ti salvassi. Mi faceva persino un po' impressione prenderti in mano, così spelacchiato e umido. Pancia molle e pelle sottile al di sotto della quale si intravedevano strani piccoli mondi, scuri, zampette flaccide. Occhi enormi che balzavano su da quel becco spropositato e idiota. Sempre aperto. Sempre quel verso. (La tua voce). E io ad allungarti un pappone schifoso che mi han propinato in farmacia, mentre (ti guardo il fondo della gola). Ma si potrà definire "gola", quella di un passero scemo caduto dal nido?

Non sono sicura di volere che ti salvassi. Ti ho raccolto nel parcheggio del supermercato solo perché c'era una bimba bionda che mi fissava. E un essere inguardabile e stridente di fianco alla portiera. Ti ho raccolto con un sorriso di plastica, salutato la bambina, avvolto in un kleenex, posizionato sulla pedanina. (La bambina va via) aggrappata al polso di una donna con troppe sporte di plastica che le dondolano addosso. E io con questa strana cosa urlante in macchina. Sono partita sgranando la retro. Tu cagasti immediatamente sul tappetino.

Io non volevo un uccellino, non mi sono mai piaciuti. Eppure tu crescevi senza che io avessi in mente come. Semplicemente decisi che non ti avrei impedito di farlo. (Diventa grande) uccellinosenzanome. (Se non ti chiamo io non ti amo). Una volta t'ho trovato fuori da quell'inutile scatola di cartone in cui ti avevo posizionato il primo giorno. Anzi, per essere precisi: una volta io non t'ho più trovato, per almeno mezz'ora. A carponi per la cucina ed il salotto, fino in fondo al corridoio, per scoprire che t'eri infilato dietro la caldaia. Sollievo. C'era la finestra della sala aperta. Io non volevo.

(Nel silenzio che ho di me si sentono frusciare le tue ali), veloci. Piccoli salti si alternavano a brevi voli sperimentali, che finivano spesso per schiantarsi sui ogni vetro disponibile. Tonfi e risalite, come sanno fare solo certe piccole creature cocciute quando pensano che le finestre siano tutte aperte per loro, o lo stiano per diventare solo in virtù della loro impagabile ostinazione. Pulivo le cacche sui soprammobili. Risistemavo il pensile della vetrina antica. Una sera tornai a casa con una gabbietta deliziosa art decò, bianca.

La minuscola ciotola d'acqua era rovesciata, il cibo sparso un po' ovunque. Un guanto da forno che era sul tavolo, caduto. Segni di transvolate cuciniche inequivocabili. (Ti cerco) dove so che potevi essere. Se tu solo avessi avuto un nome ti avrei chiamato. Il cielo era di un grigio chiaro, come quando da un tentativo di pioggia vira per l'abbozzo di sole. Se ti avessi dato un nome, avrei saputo chi chiamare. Invece ho risistemato la zanzariera che ogni tanto si apriva da sola.
Per un momento ho pensato che avrei voluto vederti volare. Subito dopo pensai che (no, non è così).

Fanculo.

Postato da: Dikaiosyne a 11:17 | link | commenti

lunedì, 26 marzo 2007
Marisa.

Ogni volta che la bidella entrava faceva un gran cigolare di porta. Noi stavamo immobili, silenziose, col respirare dal naso. Lei passava trascinando le gambe gonfie da un banco all'altro, da un calamaio all'altro, riempiendolo con una dovizia inesorabile. I gesti meccanici, precisi e lentissimi. Noi a guardare. Non una parola.

Marisa, che aveva i capelli sempre fissati in lucide trecce nere, il fiocco al collo più grande di tutte e di un rosa acceso da fare invidia ai due terzi della classe, si vantava sempre che il suo calamaio non era mai troppo pieno. Era come se volesse far intendere alle altre che la bidella rispondeva ad una sorta di subliminale comando, per evitare che la bambina si sporcasse le maniche. Un calamaio pieno fino all'orlo ha i suoi rischi e lei, forse, sapeva come evitarli. Ci teneva in pugno con sciocchezze come questa, Marisa. Coi suoi fiocchi, la piccola croce d'oro al collo e le scarpe di vernice. Io me la ricordo per cose così.

Mi divorava l'idea che a casa avesse un vero trenino, come una volta le avevo sentito dire ad una delle più grandi. E di quando disse che sul treno, quello vero, ci era andata sul serio per viaggiare fino al mare. Io, il mare, l'avevo visto solo in certe illustrazioni colorate come disegni: allora pensai che poteva essere fatto di un azzurro intenso e decorato con decine di svirgolate tutto intorno, che erano le onde. Era un mare senza pesci, e sì che sarebbe stato fantastico vedere i pesci. Almeno sul libro, intendo. Invece seppi che Marisa c'era stata, e prima ancora sulla spiaggia, e prima ancora sul treno.

Tutto questo lo pensavo mentre contavo i denti accarezzandoli da dietro con la lingua,in attesa che arrivasse la bidella col suo carico nero di macchie, scie, goccioline, impronte con le dita, parole non scritte.
Stavamo tutte drittissime, nei banchi di legno tarlati. Le mani dietro la schiena. Solo quando la Signora Maestra diceva "Riposo" potevamo stendere le braccia in avanti, appoggiandole sull'asse inclinata. Oppure poteva capitare che entrasse qualcuno, come il Direttore. E allora su in piedi subito ognuna di fianco al banco, gambe unite, buongiorno squillante. La cosa divertente è che il Direttore si fermava sempre nella stessa posizione. La sua testa arrivava giusto alle Alpi Apuane, ma non credo che questo l'abbia mai saputo. Io lo so perché me lo disse Marisa.

E fu così che seppi del Gioco. Non che lei me l'avesse spiegato, non che me ne avesse mai raccontato il perchè. Era che io l'avevo osservata, fin da quando mi ero accorta di quanto diversa, uguale e speciale fosse Marisa. C'erano mattine in cui mentre la Signora Maestra spiegava cose complicate lei si sistemava leggermente di lato sulla seggiola scura. Tendeva le spalle all'indetro cercando un appoggio sicuro e serrava le labbra in cerca forse di concentrazione. Erano le volte in cui, compresa solo in se stessa, la vedevo seria ed assorta.

Dondolarsi. Piano piano. Su di sè. Il legno antico della seggiola sibilava ritmicamente sotto la sua gonna e lei alitava leggera un respiro che non sapevo. Il legno scricchiolava un po' di più e le vedevo luccicare la mossa delle scarpe puntate a terra. E poi si agitava ancora, ma sempre senza che le trecce strettissime e perfette cambiassero posto. E con un imprevisto affanno, a volte. Un sussulto. Voleva ridere? Chissà che gioco è. Sembra che debba arrivare da qualche parte, ma non si sa bene dove, pensai.

E invece. Il Gioco non si deve fare, mi disse l'unica volta che raccolsi il coraggio di tentare una domanda. E scoppiò a piangere con piccole lacrime a macchiare di scuro il rosa del fiocco inamidato. Non l'avevo vista piangere dal giorno che l'avevo guardata più del solito. Quella volta in cui, mentre m'era parso di sentire uno scricchiolìo fortissimo, mi accorsi di un piccolo scroscio sotto la sua sedia. E, improvvisamente, c'era tantissima acqua. Pipì. Era pipì. Il bordo del grembiule nero gocciolava. Il naso che colava lacrime e moccio. Un ciuffo nero sfuggito dalla forcina.

Scoprii che il pizzicore sulle guance della vergogna assomiglia al diastema della Signora Maestra che appare nello stupore. E al segno della croce prima di chiamare la bidella. Alla segatura che copre la pozza sul pavimento di graniglia. Al mento di Marisa affondato sul fiocco rosa.

Avrei fatto di tutto per essere simpatica a quella bambina. Sapevo che le piacevano i biscotti con la ciliegina candita. Mia madre li aveva fatti a Pasqua e io ne misi da parte qualcuno anche per lei, avvolgendoli in un tovagliolo azzurro. Ci misi anche un bigliettino decorato a pastello, con su il mare, i pesci d'argento e le onde disegnate attentamente, una vicinissima all'altra. Avevo in tasca il mio regalo, quel giorno. Ed era per quello che l'avevo guardata più del solito. Quella volta in cui, mentre m'era parso di sentire uno scricchiolìo fortissimo...

Me li sono dimenticati in tasca, Marisa, i tuoi biscotti.

Postato da: Dikaiosyne a 09:56 | link | commenti (3)

domenica, 11 marzo 2007
"Scusami."

"Non è niente."

Non le ha mai chiesto scusa. Neppure quella volta che il sangue le colava talmente forte dal naso che sembrava una fontanella impazzita. Credeva che si fosse come, chissà, aperto qualcosa. Un tubo, un pezzo, un varco, la sua faccia.
Ha imparato a guardare il sangue che cade come una cosa che non le appartiene. Dall'entità dell'urto sa già se e quanto ne sta per arrivare fuori da lei. Ormai lo sa. Ormai si sa. Lo osserva finchè non diventa vischioso e ci intravede di loro. Allora se ne riappropria e ne risente l'odore feroce di metallo. Ecco, quello è il momento di pulire, che poi.

C'era stata quella sera in cui gli aveva preparato un carpaccio pazzesco. E le lasagne, prima. Il pane alla destra del piatto. Lui era entrato senza passare dal garage, gli scarponi infangati sul pavimento che luccicava di cera data a suon di gomito. Le era sfuggito un "Oh, no…" e mentre stava lì, piegata sullo schienale della poltrona del salotto, con un pugno ad afferrarle la nuca lei concentrava il suo sguardo sul flute accanto al portacandele. Aveva un alone. La collana della mamma si spezzava sotto la morsa della mano serrata e la tempesta di urla. Era da lucidare, quel bicchiere. E anche lei, pensava, ecco.

Poi, inaspettatamente, va tutto meglio. Quando le orecchie rimbombano di suoni lontani e i colori fuori di lei si fanno cupi, quando i colpi si fanno lenti, quando arriva il silenzio. E silenzio intorno al silenzio. Lui è ora piccolo, torpido. Va via. Giri ovattati concentrici tra il tinello e la cucina. Lei, spesso, cerca solo di respirare piano. Lui torna. Si avvicina. Sbatte il fiato contro al suo. Non è niente, pensa. Ha solo grattato via con le mani quello che di brutto c'è in me. E' perché mi ama. E' perché solo io lo so. Che non smetta mai.

C'è quell'ombra fredda e pesante, sotto lo sterno. Lei se la sente da tanto di quel tempo. Da prima che conoscesse quest'uomo che, lo san tutti, le vuole un gran bene. Fin dai primi giorni sapeva benissimo come provocargli quello sguardo sinistro, quel virare di luce negli occhi. Lui, quel macigno, quel cadavere di persona cattiva nascosto giusto sotto la pelle, l'avrebbe strappato via. E allora seppe che aveva bisogno di lui. E di quella scarica di compassione elettrica sul suo corpo, che solo lei sapeva come accendere. On, Off. Accenditi, cresci, colpisci la putrefazione che non vedi ma che è qui, proprio qui, qui con me.

"Scusami."

"Non andare via."



E quella sera che nemmeno pioveva lui l'aveva guardata fissa, sperando di allungare la sua agonia almeno per un altro minuto.
L'aveva guardata forte fino all'ultimo tremore, poi c'ha sputato sopra urlando di lei.

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domenica, 01 ottobre 2006
"B."

 

La tua risata mi tintinna nel naso mentre un prete pelato mi sussurra guaiti incomprensibili e mille mani piovono addosso lente scivolano sulle guance sulle spalle. Ma dimmelo tu dimmi dimmi come si fa a non vedere una bicicletta fucsia così con un cestino grosso davanti pieno di bambole e fiocchetti di raso.

L'urlo vuol dire che non ti hanno vista, l'urlo vuol dire che tutto è spezzato. Eco di ambulanze.


Via via via signora no portatela via la prego signora vada via ci pensiamo noi si metta seduta tenetela ferma ecco questo la aiuta signora signora signora la prego…
"Mettimi la gonna, mamma, quella di jeans…" conati di voce risalgono urlando e io corro inciampo corro al tuo cassetto, lo afferro e lo sbatto sul letto, solo la gonna, la gonna la gonna….
"Signora, non possiamo…la gonna, non…" l'infermiera nasconde un piccolo grido in un fazzoletto la gonna e il suo odore tamponano il mio cado in ginocchio sul pavimento di marmo, venite venite e tutto è lontano fa buio fa buio lasciatemi stare.
Occhi di nuovo sbarrati vedo vedo vedo labbra che sussurrano, ma io voglio vedere solo la mia bambola distrutta non toccarla è feroce vedo vedo e non la vedo,voglio annusarla voglio sentirla voglio tenerla lasciatemi stare.
Io vedo vedo vedo a tratti e sento una musica brutta indistinta vedo vedo le bocche e non capisco una sola parola guaiti soltanto guaiti e fiori caduti per terra schiacciati dolenti i fiori i guaiti e l'asfalto bagnato.
Ma come si fa ma come fa il mondo a schiacciare qualcuno che salta che corre gioisce va in bici e saluta e dà senso alla vita? Non voglio sapere non voglio capire non c'è nessun senso che mi si possa insegnare non c'è un'altra vita c'è solo una luce lontana lontana e un ricordo da trattenere.
Il prete mi stringe, può dirmi qualcosa? Io vedo e non vedo ho solo questi occhi tappati di luce che morde, ferisce, uccide anche me. Io voglio cullare, pulire la bici, rifare il tuo letto e cantare la canzone del gufo sul ramo, io canto pian piano e la vocina si unisce alla mia, stridiamo, in macchina verso la scuola materna statale, e poi è anche Natale e arriva una bici fucsia con un grande cestino davanti, quello in cui mettere bambole, colori, pupazzi, il libro dei tre porcellini e le bey blades che ti piacciono tanto. Nessuno le sa fare andar veloce come te: sono tutte nello zaino di pelouche, sono nell'assurda scatola bianca che ti contiene, dove voglio infilare tutto ricordi canzoni parole vestiti giochini risate me stessa.
Non sono lontana non siamo vicine sono dove sei tu: da nessunissima parte.
Il dolore non cessa, si fa solo più muto.


Il mio sole si è spento il 27 settembre 2003.

 

Postato da: Dikaiosyne a 17:49 | link | commenti (1)
ancora, qui

sabato, 23 settembre 2006
Tasto con scanalatura a sinistra.



Non è che non avesse voglia di suonare, quel giorno. Se ne stava semplicemente lì, a provare un passaggio che non le riusciva perfetto e limpido come lo avrebbe desiderato.
Nelle mattine di pioggia le note si schiantavano piano, suono e rumore quelle gocce che urtavano il lucernario. Il lucernario. Da qualche parte bisognava pur guardare, per vedere un pezzo di cielo, e guardare in alto le era familiare. Un merlo. Ancora gocce. Lunghe le scie d'acqua sul vetro. Quel diesis che non voleva scivolarle via dalle dita.
Un tonfo.
E poi.

Poi d'improvviso il cigolìo forte della porta del mezzanino e rumori e passi pesanti lungo le scale. Cos'è, cos'è, si chiedeva con le mani ancora tremanti sui tasti d'avorio ingiallito.
Cos'è.

Chi è?






[E' stato un colpo alla nuca forte, metallico, stordente. Forse il calcio di una pistola. Forse un calcio. Passi, tonfi improvvisi e grida, lucine scomposte davanti ai miei occhi. Dietro di me artigli feroci, le urla, una voce, mia madre, un pianto, il mio nome in un grido, uno sparo, lamenti.
Silenzio.
Mamma? Dove sei, mamma? MAMMA?]



Ci fu un attimo eterno di silenzio irreale, la sua piccola figura accasciata bocconi sul piano. Ci fu un lunghissimo momento in cui trattenne il fiato, e poi furono di nuovo latrati in quella lingua pazzesca, mani ovunque a strapparle la gonna e le calze appena rammendate, un ennesimo colpo sulla mascella senza che nemmeno avesse fiatato e certi scarponi infangati ad allargarle le ginocchia. Un lampo di dolore. Un insulto bruciante e feroce, continuo, battente. E dei ruggiti orribili, ma lei non pensava a nulla. La guancia adesa alla vernice sbeccata del piano si tendeva al ritmo della sua vergogna. Colava moccio e sangue dal naso, fin sulla tastiera. Scendeva moccio, terrore e sangue e nulla di peggio sarebbe potuto accaderle.
A volte la morte aiuta. Quel giorno la morte aiutò solo un po', poi si sistemò ad un lato della stanza, vicino alla mensola degli spartiti. E lì rimase a guardare.


"La presero così, questo stronzi animali maledetti. La piegarono in due sul suo pianoforte a forza di botte, la massacrarono di pugni nonostante non abbia nemmeno avuto la forza di ribellarsi a loro. La madre agonizzava in corridoio e quei bastardi la violentarono a turno. La devastarono di colpi, la lasciarono svenuta e distrutta."


[Mamma, mamma, mamma, rispondimi mammaammamammammamma. Dimmi dove sei. Adesso vanno via vanno via vanno via. Vanno via, mamma. Non mi hanno fatto male, tutto passa. Oh, Dio, mammamammamamma dimmi solo che sei ferita mamma, ma dove sei mammamammamamma. Dio. Dio. Dio. Aiutami. Aiutaci. Mamma.]


Era quasi buio quando cadde pesantemente a terra. Faceva freddo. Istintivamente si coprì le gambe nude con le mani. Non piangeva, no. Non si rendeva nemmeno conto di respirare così forte persino con gli occhi sbarrati.
Vide la pozza scura, fine della vita della madre. Non uscì dalla sua gola nemmeno un urlo, ma conati e singhiozzi che non sapeva di avere in corpo.
La testa piegata sul cadavere della povera donna. I suoi lunghi capelli neri che accarezzavano ritmicamente il colore osceno di un'espressione congelata di morte e il sangue ormai rappreso.
In strada non c'era una voce. Silenzio intorno al silenzio. Solo il cigolio dell'assito sul quale dondolava l'orrore, infinito.


"Tolse tutti i "si" dal pianoforte, senza suonarlo mai più. I "sì" che non aveva mai detto, quelli che non avrebbe mai pronunciato e quelli che non avrebbe nemmeno più sfiorato con le dita. Non salì in soffitta per il resto della sua vita. E quello che è successo in seguito la nonna l'ha scritto qui, in questo diario. Qui c'è la sua storia, Marta. Questo è l'inizio della mia storia."







[Io stavo solo suonando il pianoforte. Sonata n.2 in si bemolle minore, Chopin.
Io stavo solo suonando il pianoforte.]
 

Postato da: Dikaiosyne a 18:41 | link | commenti (1)